Quello con la faccia da schaiffi

scritto da red swan
Scritto 10 giorni fa • Pubblicato 7 ore fa • Revisionato 7 ore fa
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Ho deciso di scrivere una serie di racconti, vediamo come va
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Testo: Quello con la faccia da schaiffi
di red swan


 Quello con la faccia da schiaffi


Semplicemente è successo.
Non saprei dire quando, né in quale preciso istante abbia smesso di essere una coincidenza per diventare qualcosa di diverso.

Quella mattina stavo facendo delle commissioni, trascinandomi dietro uno zaino troppo pesante e una pazienza troppo corta. Era una di quelle giornate in cui vuoi soltanto sbrigarti, tornare alle tue cose e non incrociare esseri umani inutili.

Invece incrociai lui.

Prima in fila al supermercato.

Non ci avevo fatto troppo caso, all’inizio. Solo uno sconosciuto come tanti: spalle larghe, aria sicura, la faccia di uno abituato a guardare la gente un secondo di troppo. Uno di quelli che pensano di essere divertenti anche quando nessuno ha chiesto il loro contributo al mondo.

Mi lanciò un’occhiata.
Io la ignorai.

Fine.
O almeno così credevo.

Perché poco dopo me lo ritrovai da Burger King, seduto con il suo vassoio, come se Roma all’improvviso fosse diventata grande quanto un corridoio. Io avevo preso il mio pranzo e mi ero seduta a qualche tavolo di distanza, già infastidita da quella coincidenza assurda.

Lui alzò appena una mano, in un gesto silenzioso che diceva chiaramente: rieccoti.

Lo guardai per mezzo secondo appena. Giusto il tempo necessario a fargli capire che l’avevo visto. Poi mi sedetti dandogli le spalle.

Non gli avrei regalato nemmeno un sorriso.
Figuriamoci la soddisfazione.

Mangiai in fretta, senza pensarci più. O almeno ci provai.
Quando finii, andai al bar lì vicino per prendere un caffè.

E naturalmente c’era anche lui.

Al bancone.
Di nuovo.

A quel punto l’universo aveva smesso di essere discreto.

Paolo, il barista, nel salutarmi si lasciò sfuggire il mio nome.

— Ale, il solito?

Vidi lo sconosciuto voltarsi appena, come se quella sillaba gli avesse acceso qualcosa nello sguardo.

Mi irrigidii.
Lentamente mi girai verso di lui.

— Mi stai seguendo? — gli dissi a denti stretti.

Lui non batté ciglio.
Anzi, ebbe persino la faccia tosta di inclinare appena la testa, divertito.

— Potrei dire la stessa cosa.

Che faccia da schiaffi.

Lo zaino mi segava una spalla, ero carica di cracker alla barbabietola per il mio Cigno e avevo zero intenzione di perdere altro tempo con un cretino arrogante comparso dal nulla. Così presi il caffè, lo finii in due sorsi e mi incamminai verso il lavoro a passo svelto.

Dovevo ancora cambiarmi, mettermi la divisa, sistemarmi il trucco e cercare di sembrare una persona socievole.

Cosa che, in certi giorni, richiedeva un talento da attrice.

Poco dopo ero al desk, immersa nelle solite pratiche, gli occhi piantati sul monitor e la testa già altrove. Sentii entrare un gruppetto di persone, udii la collega accoglierli e poi accompagnarli verso le sale riunioni, ma non ci feci troppo caso.

Finché una voce non disse:

— Buongiorno.

Io continuai a digitare.

— Buongiorno, da chi va? — risposi automaticamente, senza alzare lo sguardo.

— Dal dottor Pancrazi.

Mi si gelarono le dita sulla tastiera.

Quella voce.

Sollevai gli occhi.
Ed era lui.

Il tizio del supermercato.
Di Burger King.
Del caffè.

Da vicino era persino peggio: lineamenti netti, sguardo insolente, bocca da uno che passava metà del suo tempo a dire cose irritanti e l’altra metà a cavarsela grazie al sorriso giusto.

Una gran faccia da schiaffi, insomma.

— Documento — dissi, nel tono più professionale che riuscii a trovare.

Lui me lo porse senza smettere di guardarmi.

Registrai i dati cercando di ignorare quella fastidiosa sensazione di essere osservata più del necessario. Poi gli feci cenno di seguirmi verso l’ascensore.

Entrammo insieme.

Spazio chiuso.
Silenzio.
Troppa vicinanza.

Non mi piaceva per niente.

Sentii il suo sguardo scorrermi addosso con una calma esasperante, poi fermarsi sul tesserino appuntato alla giacca.

— Così lavori per la Facility Partners.

Lo guardai di lato.

— Sagace. L’ha dedotto dal logo stampato sulla giacca o fa anche l’indovino?

L’angolo della sua bocca si sollevò.

Era il tipo di uomo che si compiaceva quando una donna gli teneva testa.
Peggio ancora: sembrava divertirsi davvero.

Quando le porte dell’ascensore si aprirono, uscii per prima e mi incamminai verso la hall del primo piano. Nella porta specchiata vidi per un istante il nostro riflesso affiancato.

Lui aveva una bella camminata, glielo concedo. Sicura. Comoda. Quasi pigra.
Quel genere di passo che fa sembrare ogni uomo un problema.

Però era odioso.

E il mio Cigno era molto più affascinante.

Arrivati davanti all’ufficio del dottor Pancrazi, mi fermai e bussai. Quando sentii risposta, aprii la porta e gli feci cenno di entrare.

— Prego.

Pensai che finalmente me ne sarei liberata.

Lui invece si chinò appena verso di me, abbastanza da farmi arrivare addosso il suo profumo — pulito, caldo, pericolosamente buono — e disse a bassa voce:

— Ora so dove mangi e dove prendi il caffè. Ci vediamo presto, Ale.

Poi entrò nell’ufficio come se non avesse appena avuto la sfacciataggine di promettermi un seguito.

Io rimasi immobile per un secondo di troppo, con la mano ancora sulla maniglia e una sola, lucidissima certezza in testa:

quest’uomo era un problema.

E i problemi, di solito, iniziavano sempre così.

Nei giorni successivi cercai di convincermi che il problema non fosse lui.

Il problema era la mia testa.
La mia irritazione.
Il fatto che, da quando aveva pronunciato quel ci vediamo presto, Ale, una parte idiota del mio cervello si aspettasse davvero di ritrovarselo davanti a ogni angolo.

Non successe.

E avrei dovuto esserne contenta.

Perché io avevo già il mio problema personale, con molto meno fascino e molta più capacità di devastarmi l’umore: il mio Cigno.

Il mio bellissimo, elegantissimo, irraggiungibilissimo Cigno.

Per lui facevo cose che, se mi fossi vista da fuori, mi avrebbero fatta alzare gli occhi al cielo da sola.

Gli mettevo da parte quello che gli piaceva mangiare.
Se passavo al bar, prendevo qualcosa anche per lui.
Gli prenotavo le sale riunioni migliori, quelle che sapevo preferisse.
Una volta mi ero perfino occupata dei biglietti per il teatro, perdendo quasi mezz’ora tra sito, conferme e chiamate, solo perché lui aveva detto distrattamente che gli sarebbe piaciuto andarci.

E lui?

Lui a malapena mi guardava.

O meglio: mi guardava quando gli servivo.
Mi cercava quando gli facevo comodo.
Aveva per me quei sorrisi rapidi, distratti, gentili quanto basta per tenermi buona e lontana dal diritto di chiedere di più.

Era questo il punto più umiliante: non mi trattava male.
Sarebbe stato quasi più semplice.

No.
Mi trattava abbastanza bene da farmi restare, ma mai abbastanza da farmi sentire scelta.

Quella sera, per esempio, avevo pensato — da perfetta illusa — che saremmo riusciti a ritagliarci almeno un’ora. Una cosa semplice. Una serata breve. Un panino, due chiacchiere, magari una passeggiata stupida per allungare il tempo.

Niente di enorme.
Niente di scandaloso.
Solo un pezzetto di normalità rubata.

Mi bastava pochissimo, ed era già triste così.

Per tutto il pomeriggio avevo vissuto in quella sottile eccitazione vigliacca che ti prende quando aspetti qualcuno che non dovrebbe contare così tanto. Mi ero sistemata il trucco nel bagno del piano terra. Avevo persino aperto la borsa tre volte per controllare di avere il rossetto.

Patetica.

Poi arrivò il messaggio.

Due righe.
Pulite.
Quasi innocenti.

Non riesco. Devo rientrare. A casa mi aspettano.

A casa.

Non c’era bisogno di aggiungere altro.
La moglie non veniva nominata quasi mai, ma stava sempre lì in mezzo, come una porta chiusa contro cui andavo a sbattere regolarmente.

Rimasi a fissare lo schermo per qualche secondo, immobile dietro il desk, con quella strana sensazione di vuoto che non fa rumore ma ti scava dentro con precisione.

Avrei voluto arrabbiarmi.
Avrei voluto indignarmi.
Avrei voluto dirmi basta, adesso basta davvero.

E invece ci rimasi male.
Che è una cosa molto più misera.

Risposi con qualcosa di breve, dignitoso, finto. Un tranquillo qualunque, una di quelle parole inutili che servono solo a non mostrare il sangue.

Poi finii il turno.

Quando uscii, non avevo voglia di tornare subito a casa. Avevo quella tristezza nervosa che ti fa venire fame di zucchero, come se una merendina potesse rattoppare il punto esatto in cui ti sei sentita scema.

Così entrai al bar.

— Paolo, dammi qualcosa di dolce o mordo qualcuno.

Lui rise.
— Giornata no?

— Vita no.

Indicai distrattamente il banco frigo.
— Un Kinder Bueno. Anzi no, quello al cocco. Anzi no, lascia stare, dammi il Kinder Bueno classico. Nelle crisi mi affido alla tradizione.

— Scelta saggia.

— Non esageriamo.

Pagai, scartai la confezione ancora prima di allontanarmi dal bancone e stavo per addentarlo con la grazia di una donna emotivamente distrutta, quando una voce accanto a me disse:

— Immagino sia una serata da emergenza.

Mi voltai.

Lui.

Lo sconosciuto non più tanto sconosciuto.

Era appoggiato al bancone con la stessa faccia insopportabilmente tranquilla della prima volta. Camicia chiara, maniche leggermente arrotolate, l’aria di uno che nel mondo ci sta bene anche senza chiedere permesso.

Lo fissai per un istante, più sorpresa di quanto avrei voluto ammettere.

— Lei ha il brutto vizio di materializzarsi nei momenti peggiori — dissi.

— Vedo che mi pensa.

— Vedo che si illude.

Un angolo della sua bocca si piegò in quel mezzo sorriso che già detestavo. O forse detestavo il fatto che mi venisse spontaneo notarlo.

— Serata storta, Ale?

Lo guardai male.

— Lei usa il mio nome con troppa disinvoltura.

— Lei usa il tono acido con troppa eleganza.

— Questa era una battuta o un corteggiamento?

— Sto ancora decidendo.

Sbuffai piano e addentai il Kinder Bueno. Un morso nervoso, decisamente poco signorile.

Lui mi osservò per un secondo.

— Direi più battuta, allora — concluse.

— Direi che lei ha uno strano concetto di tempismo.

— E lei ha uno strano modo di consolarsi.

Abbassai gli occhi sulla merendina mezza distrutta tra le dita.

— Ho avuto una delusione professionale — mentii.

— Ah. Professionale.

Il modo in cui lo disse mi fece alzare lo sguardo di scatto.

— Cos’è, adesso oltre all’indovino fa anche lo psicologo da bar?

— No. Però riconosco una faccia da non è andata come speravo quando la vedo.

Per un momento non dissi niente.

Forse perché ero troppo stanca per recitare.
Forse perché, incredibilmente, con lui non sentivo il bisogno di sembrare composta per forza.

Mi appoggiai con un fianco al bancone.

— Mettiamola così: ci sono persone per cui fai sempre un po’ troppo — dissi, guardando il pacchetto vuoto tra le mani. — E quelle persone riescono comunque a farti sentire di troppo.

Lui non rise. Non fece il brillante. Non provò nemmeno a infilarsi subito nella crepa che avevo aperto.

Ed era la prima cosa davvero spiazzante che faceva.

— Allora il problema non è quanto dà — disse piano. — È a chi lo sta dando.

Mi voltai verso di lui.

Era una frase semplice.
Pure banale, volendo.
Eppure detta così, senza zucchero, senza pietà, mi arrivò addosso come una cosa precisa.

— Lei parla sempre come se sapesse tutto — dissi, più piano.

— No. — Fece spallucce. — Però di solito noto chi si sforza troppo per chi non alza nemmeno gli occhi.

Quella frase mi punse più del dovuto.

Perché era vera.
E perché detta da lui suonava insopportabilmente lucida.

— Mi sta dicendo che faccio pena? — chiesi.

— No. — Stavolta il suo sguardo si fermò sul mio con una calma diversa. — Le sto dicendo che si vede troppo quando ci tiene. E chiunque non sia completamente cieco dovrebbe accorgersene.

Distolsi gli occhi per prima.

Paolo, dall’altra parte del bancone, si mise a trafficare con la macchina del caffè lasciandoci quella cortesia distratta di chi capisce quando è meglio non interrompere.

Io piegai il pacchetto vuoto del Kinder Bueno tra le dita.

— Che quadro edificante.

— Dipende. — Lui prese il suo caffè. — A volte è proprio quando uno si sente stupido che comincia a diventare meno disponibile.

— Lei si occupa spesso della crescita personale delle donne deluse al bar?

— Solo di quelle che mi accusano di stalking il primo giorno.

Quella, contro ogni mia volontà, mi strappò quasi un sorriso.

Quasi.

Lui se ne accorse.
Naturalmente se ne accorse.

— Ecco — disse, soddisfatto. — Molto meglio.

— Non si monti la testa. È stato un cedimento muscolare.

— Certo.

Ci fu un attimo di silenzio meno scomodo del previsto.

Poi gli lanciai un’occhiata di lato.

— Quindi lei compare, mi punzecchia l’orgoglio, mi analizza senza permesso e poi sparisce di nuovo?

— Dipende.

— Da cosa?

Bevve un sorso di caffè con tutta la calma del mondo.

— Dal fatto che lei, prima o poi, mi chieda almeno come mi chiamo. Sarebbe un bel passo avanti nel nostro rapporto.

Lo fissai.

— Aspetti. Sta dicendo che io dovrei chiederglielo?

— Sarebbe educato.

— Non si approfitti di questo momento di fragilità zuccherina.

Lui rise appena.
Una risata vera, bassa, pulita.

E accidenti se gli stava bene.

— Va bene — disse infine, appoggiando la tazzina. — Mi chiamo…

In quel momento il telefono nella mia borsa cominciò a vibrare.

Rimasi immobile per un istante, con il Kinder Bueno finito da poco, il cuore già abbastanza malridotto e quella strana sensazione di sapere in anticipo che non mi sarebbe piaciuto quello che stavo per vedere.

Tirai fuori il telefono.

Il nome sullo schermo mi bastò per rimettermi in disordine tutto il resto.

Il Cigno.

Alzai appena gli occhi.
Lo sconosciuto era ancora lì, appoggiato al bancone, tranquillo, con quell’aria insopportabile da uomo che nota troppe cose.

— Non risponde? — chiese.

— Si faccia i fatti suoi.

Lui sollevò una spalla, come a dire prego, si accomodi pure nel suo disastro.

Il telefono continuava a vibrare nel palmo della mia mano. Per un attimo fui tentata di lasciarlo squillare. Di non rispondere. Di regalarmi almeno una piccola vendetta da donna adulta e ferita.

Poi risposi subito al secondo squillo.

Naturalmente.

— Pronto?

La mia voce uscì più morbida di quanto volessi.
Lo odiai immediatamente.

Dall’altra parte arrivò la sua. Calda, bassa, familiare come certe stanze in cui sai già di farti male entrando.

— Ale… stai ancora in giro?

Quella domanda mi fece quasi ridere. Non perché fosse divertente, ma per il suo tempismo perfetto nel sembrare premuroso proprio quando aveva appena mandato all’aria la serata.

— Sto prendendo qualcosa al bar — risposi, cercando di sembrare normale.

— Ti avevo detto che non riuscivo.

Certo che me l’aveva detto.
Due righe asciutte e pulite, come si comunica un imprevisto a qualcuno che non deve fare troppe domande.

— Sì, lo so.

Lo sconosciuto si voltò appena verso la macchina del caffè, ma capii subito che stava ascoltando. Non in modo sfacciato. Peggio. In quel modo educato che lascia ancora meno vie di fuga.

— Ti sei arrabbiata? — chiese il Cigno.

No.
Mi ero solo sentita rimessa al mio posto. Di nuovo.
Che era peggio.

— No — mentii. — Figurati.

— Domani magari ci organizziamo meglio.

Magari.
Una parola piccola, codarda, perfetta per tenere qualcuno sospeso senza promettere niente.

Abbassai gli occhi sul bancone, sul dito che stava tracciando una linea invisibile sul legno lucido.

— Domani lavoro fino a tardi — dissi.

— Ah, giusto.

Silenzio.

Uno di quei silenzi in cui vorresti che l’altra persona dicesse qualcosa che conti. Qualcosa che pesi. Qualcosa che suoni come mi dispiace davvero, o voglio vederti comunque, o almeno ho pensato a te tutto il giorno.

Niente.

Poi lui sospirò piano.

— Va bene, allora ci sentiamo.

Ci sentiamo.

Non ti passo a trovare.
Non resta ancora cinque minuti al bar che vengo.
Non mi manchi.

Ci sentiamo.

— Sì — dissi soltanto.

Quando chiusi la chiamata, rimasi a fissare il telefono spento per qualche secondo, come se lo schermo nero potesse ancora offrirmi una versione diversa di quella conversazione.

Non lo fece.

— Impressionante — disse lo sconosciuto accanto a me.

Mi girai di scatto.

— Lei ha una tendenza al suicidio sociale o semplicemente non capisce quando deve stare zitto?

— No, è che speravo in qualcosa di più epico. Una telefonata clandestina, una dichiarazione impulsiva, un scappa con me adesso. Invece mi è sembrato più un bollettino delle ferrovie.

Lo guardai malissimo.
Il problema era che aveva ragione, e la cosa mi faceva infuriare.

— Lei non sa niente.

— Abbastanza.

— Ah sì?

— Sì. — Fece un piccolo cenno verso il telefono. — Che per rispondere a lui ha cambiato faccia. Che lui lo sa. E che comunque non le dà abbastanza da far sembrare quella faccia una buona idea.

Restai zitta.

Perché ogni tanto la verità, detta da qualcuno che non ti deve nulla, arriva con una precisione offensiva.

Mi infilai il telefono in borsa con un gesto secco.

— È molto presuntuoso, lo sa?

— Me lo dicono spesso. Di solito subito prima di darmi ragione.

— Continui a sognare.

Paolo passò davanti a noi con uno strofinaccio sulla spalla e ci lanciò un’occhiata veloce, il tipo di occhiata che i baristi regalano agli esseri umani palesemente incasinati.

— Ve lo faccio un altro caffè o vi lasciate direttamente così? — chiese.

— A me un altro sì — disse lo sconosciuto.

Poi guardò me.

— A lei no. È già abbastanza nervosa.

— Ma come si permette?

— Vede? Appunto.

Paolo si allontanò scuotendo la testa, mezzo divertito.

Io incrociai le braccia.

— Non capisco per quale motivo lei si senta autorizzato a commentare la mia vita.

— Per lo stesso motivo per cui lei si sente autorizzata a trattarmi come un fastidio e poi a restare qui a parlare con me da venti minuti.

— Non sto parlando con lei. Sto sopportando la sua presenza.

— Con sorprendente costanza.

Lo fissai.
Lui sostenne lo sguardo senza battere ciglio.

Aveva quel genere di calma che non ti lascia scampo. Non perché faccia paura. Perché ti costringe a sentirti troppo visibile.

— Posso farle una domanda? — chiese.

— Temo di sì.

— Quello del telefono… la rende felice?

Fu una domanda semplice.
Nuda.
Senza appigli.

E per questo terribile.

Risi appena, ma senza allegria.

— Questa non è una domanda da fare a una donna con la glicemia ballerina e l’orgoglio lesionato.

— È un no?

Distolsi lo sguardo.

Fuori dal bar, la sera stava prendendo la strada e le luci riflettevano sul marciapiede ancora umido in piccoli tagli gialli. Un paio di persone passarono davanti alla vetrina senza lasciarci niente addosso. Il mondo, come al solito, continuava tranquillamente anche quando tu ti sentivi una cretina.

— È complicato — dissi.

Lui sbuffò piano, quasi divertito.

— No. È doloroso. Che è diverso.

Lo guardai di nuovo.

Accidenti a lui.
Accidenti a quel tono asciutto, senza consolazione.

— Lei non crede nelle cose complicate? — chiesi.

— Credo nelle cose complicate quando portano da qualche parte. Non quando servono solo a tenere buone le persone.

Quella frase mi colpì in pieno stomaco.

Avrei voluto reagire.
Dirgli che era arrogante. Che non poteva giudicare. Che non sapeva niente di me, del Cigno, delle attese, delle briciole che a volte sembrano banchetti se hai fame abbastanza.

Eppure non dissi nulla.

Perché una parte di me, la parte più stanca, aveva appena riconosciuto la verità.

Lui prese il suo caffè quando Paolo glielo appoggiò davanti, poi ne bevve un sorso senza fretta.

— Comunque — disse — prima che il destino ci interrompesse con la telefonata dell’uomo sbagliato…

— Ah, adesso sappiamo pure che è sbagliato?

— Ale, la prego. Si vede da qui.

Serrai la mascella.

— Diceva?

Quella volta sorrise davvero. Non con insolenza, non per provocarmi. Un sorriso più pulito, quasi caldo. E fu peggio di tutti gli altri.

— Dicevo che mi chiamo Andrea.

Andrea.

Non so perché, ma per un secondo quel nome mi sembrò perfetto. Forse per il modo in cui lo aveva detto. Senza enfasi. Senza giocarselo come una carta.

— Andrea — ripetei, piano, quasi solo per sentirne il suono.

— Finalmente. Adesso sembriamo due persone civili.

— Non corra troppo. Io la trovo ancora irritante.

— Però adesso irritante con nome e cognome.

Lo guardai.

— Non esageri. Il cognome non se lo merita.

Lui rise piano, abbassando la tazzina.

— Allora mi accontento del nome. Per oggi.

Ci fu un piccolo silenzio. Ma non era brutto. Non era nemmeno imbarazzato. Era quel tipo di silenzio nuovo che arriva quando smetti di difenderti per un secondo e non sei ancora sicura di aver fatto bene.

— E lei? — chiese Andrea. — Oltre a dare del lei in modo minaccioso e a comprare snack da crisi, cosa fa quando non salva riunioni, caffè e uomini ingrati?

La frase mi fece alzare un sopracciglio.

— Mi sta facendo davvero tre domande in una?

— Sì. Mi sembrava efficiente.

— Sono una donna piena di risorse, ma al momento la mia specialità principale è prendere pessime decisioni affettive.

— Ottimo. Allora siamo già nel vivo del personaggio.

— Personaggio?

— Sì. Hai tutta l’aria di una che si racconta meno di quanto sente.

Quella frase mi spiazzò più di tutte.

Strinsi la tracolla della borsa sulla spalla.

— Lei ha questo vizio fastidioso di sembrare più attento del necessario.

— E lei ha questo vizio ancora più fastidioso di pensare che chi la guarda davvero lo faccia sempre con secondi fini.

Non risposi.

Perché non sapevo se fosse vero.
O peggio: perché temevo lo fosse.

Andrea gettò un’occhiata all’orologio.

— Devo andare.

Annuii, in modo forse troppo rapido per risultare indifferente.

Lui se ne accorse. Naturalmente.

— Ma ci rivediamo — disse.

Incrociai le braccia.

— Questa frase comincia a sembrarle troppo facile.

— No. È che quando ho ragione, tendo a ripetermi.

— Presuntuoso.

— Acida.

— Insolente.

— Triste, ma molto bella quando fingi di non esserlo.

Il cuore mi fece un colpo secco, traditore.

Lo guardai senza sapere bene che faccia avere.
Lui invece si limitò a fare un mezzo cenno con la testa, come se mi avesse detto una cosa perfettamente normale.

Poi si girò e si avviò verso l’uscita.

Io restai lì, immobile, con una confezione vuota nel cestino, il telefono silenzioso in borsa e una frase che continuava a ronzarmi addosso più del dovuto.

Triste, ma molto bella quando fingi di non esserlo.

E la cosa peggiore era una sola.

Non sapevo se mi avesse fatto più male la telefonata del Cigno
o il fatto che Andrea avesse visto tutto.



Continua....

Quello con la faccia da schaiffi testo di red swan
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